SIMBOLOGIA DELLA FINE DEI TEMPI NEL GIUDIZIO UNIVERSALE DI MICHELANGELO


Uno dei tesori artistici più importanti che l'Italia possiede, parte integrante della sua bellezza e identità, è rappresentato dal Giudizio Universale di Michelangelo, custodito a Roma, nella Cappella Sistina.

Si tratta di un affresco magnifico e terribile, densamente popolato di personaggi, di concetti e di simboli, in un vorticoso avvicendarsi.

La parte che andremo a scoprire è quella nota come "la fine dei tempi" in cui, ai piedi di Cristo Giudice, gli angeli suonano le trombe dell'Apocalisse, si assiste alla resurrezione dei corpi, all'ascesa al cielo dei giusti e alla caduta dei dannati all'Inferno.


Undici angeli, privi di ali, risvegliano i morti con le trombe. Le ali sono simbolo di velocità e libertà di movimento dei messaggeri di Dio. Gli artisti non hanno trovato simbolo migliore per rappresentare la natura spirituale di questi esseri perfettamente liberi e desiderosi di collaborare con il Principio Creatore di ogni cosa per conseguire l'evoluzione finale dell'umanità.

Michelangelo ha voluto rinunciare a questa convenzione e ha preferito rappresentarli antropomorfi e apteri, come accadeva sino al IV secolo, innalzando quindi il valore del corpo umano, di cui Dio stesso rivestì Suo Figlio nell'Incarnazione, per sottolineare quanto la materia, se spinta al Bene, con l'aiuto dello Spirito, possa essere eccelsa e contemplabile.



Dunque gli angeli, quando si manifestano agli uomini appaiono antropomorfi, come accade nell'episodio biblico dei tre angeli che visitano Abramo o quando l'arcangelo Raffaele accompagna Tobiolo nel suo viaggio.

Le ali erano anche simbolo ai piedi di Mercurio che, non dimentichiamolo, era messaggero dei dei, così come gli angeli (dal greco ἄγγελοςanghelos) lo sono di Dio.

Gli angeli suonano delle trombe, simbolo dell'Apocalisse, della fine del mondo.

Delle sette trombe si parla in Apocalisse 8:6-21.

La prima tromba causa grandine e fuoco che distruggono buona parte della vegetazione.
La seconda tromba scatena una massa infuocata, forse un asteroide gigante, che finisce in mare e causa la morte di un terzo delle creature viventi marine;
La terza tromba fa precipitare un altro asteroide su laghi e i fiumi portando desolazione.
La quarta tromba provoca l’oscuramento del sole e della luna.
La quinta tromba richiama enormi stormi di cavallette che attaccano l’uomo torturandolo.
La sesta tromba fa sorgere dalle profondità orride dell'Inferno un esercito demoniaco che uccide un terzo dell’umanità.
La settima tromba chiama i sette angeli con le sette coppe dell’ira di Dio.

Due angeli  reggono due libri, uno piccolo e uno grande, indice del numero degli eletti (pochi, stanno in un libretto) e dei dannati (la maggior parte, visto che è necessario un libro enorme per contenerne i nomi), facendo avverare l'ammonimento di Gesù, quando era sulla Terra "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno" (Luca 13,24).


Sotto gli angeli, si intravede una grotta arroventata e cupa, da cui fuoriescono due esseri brutali e orrendi: si tratta dell'antro infernale, da cui si passa per precipitare nel Regno della disperazione eterna.

La grotta è posta esattamente dietro l'altare. Secondo i codici prossemici questa posizione è simbolo della manifestazione del demonio e dell'Anticristo proprio all'interno della Chiesa prima della fine dei tempi.


A sinistra di tale grotta, si stende una landa, simbolo della morte corporale, da cui scaturiscono, da sotto terra, numerosi personaggi, icone di cadaveri o scheletri che recuperano il proprio corpo, destinato, insieme allo spirito, o al godimento eterno o all'eterna disperazione.

I codici gestuali e mimetici esprimono il faticoso risveglio e il ritorno alla coscienza.

Talvolta i risorti appaiono durante la metamorfosi che da scheletri li trasforma nuovamente in esseri viventi corporei, ma stavolta muniti di un corpo immortale in una vita eterna, o di dolore o di gioia, a seconda dei loro meriti.

È la metafora di una nuova nascita, con corpi che vengono alla luce, uscendo dal ventre della Terra che li ha accolti in vista della Parusia, cioè della venuta di Gesù alla fine dei tempi, per instaurare il Regno di Dio. Tale immagine risponde alla domanda di Nicodemo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».


Sulla destra, in alto, due corpi sono disputati tra angeli e diavoli: uno dei due è tenuto per le gambe da un angelo, mentre un diavolo cerca di strapparlo giù tirandogli i capelli; la mano di un diavolo che gli ha legato un serpente alle caviglie lo trattiene, mentre l'angelo lo solleva.

Questi personaggi sono la sineddoche dell'umanità che si è pentita di una vita di misfatti all'ultimo momento della propria esistenza, evitando la dannazione. I demoni li pretendono, considerate le azioni commesse, ma gli angeli sanno che essi non diverranno prede dell'orrore, grazie alla volontà di cambiare vita e del pentimento, nell'ultimo scampolo della loro bieca esistenza.

In questa immagine si evidenzia il principio esplicitato da Gesù nella parabola dei lavoratori nella vigna: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi"  (Vangelo secondo Matteo 20,1-16)


All'estrema sinistra in basso, tra i risorgenti, vediamo un uomo barbuto, icona di Michelangelo che osserva meravigliato un uomo col capo coperto, icona di Dante. Poco più in là un uomo col cappuccio sorge da un crepaccio, icona di Gerolamo Savonarola. Come Dante fece nella sua Commedia, anche Michelangelo ha voluto "punire" o "premiare" grandi personaggi del passato o suoi contemporanei, inserendoli nel suo capolavoro.


A destra della grotta diabolica appare la barca che trasporta i dannati. È chiara l'allusione ai versi di Dante in cui appare Caronte, il traghettatore infernale: "Ed ecco verso noi venir per nave/un vecchio, bianco per antico pelo,/gridando: "Guai a voi, anime prave!" (Inferno, canto III, 82-84)

Il personaggio di Caronte è icona di Carlo III di Borbone che nel 1527 condusse le truppe imperiali fino a Roma che fu saccheggiata; morì proprio durante il famigerato "sacco di Roma" colpito da una palla d'archibugio.

Caronte traghetta le anime malvagie dal giudice infernale, Minosse, anch'esso allusione alla figura demoniaca apparsa nella Divina Commedia: "Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia/essamina le colpe ne l’intrata/giudica e manda secondo ch’avvinghia" (Inferno, canto V, 4-6).


Minosse, con orecchie d'asino, simbolo di ignoranza, è qui icona del Maestro di Cerimonie del Papa, Biagio da Cesena, che, scandalizzato dal turbinio di corpi nudi che "sì disonestamente mostran le loro vergogne" definì l'affresco adatto "da stufe (a bagni termali) e d'osterie" piuttosto che alla cappella del Santo Padre.

Da notare il serpente, che lo avvolge tante volte quanti sono i cerchi infernali che l'anima condannata deve discendere, e che gli morde il pene, per punirne, probabilmente, l'eccessiva brama sessuale.

Nel vorticoso aggrovigliarsi dei dannati appaiono anche Cesare Borgia, di schiena, a capofitto e all'estrema destra in basso, il conte Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri.

Il demone con gli occhi che escono dalle orbite, alle spalle di Minosse , è icona di Pierluigi Farnese, figlio di Paolo III, noto per essere un sodomita violento e per aver stuprato un giovane chierico al punto di averne causato la morte.


Al di sopra dei dannati sulla barca e sulle rive dell'Inferno, si sta scatenando una zuffa apocalittica, in cui, vorticando e contorcendosi, i dannati tentano disperatamente di ascendere, mentre gli angeli, con forza li respingono e demoni, in basso, li trascinano verso il loro orrendo destino.

Alcuni dei dannati sono simboli di vizi o di peccati: un dannato seduto si copre il volto disfatto e atterrito, mentre i diavoli lo trascinano in basso. È il simbolo della disperazione. Il serpente che lo morde è simbolo del rimorso. L'essere mostruoso che gli si avvinghia alle gambe è simbolo dell'impossibilità di salvarsi.

L'uomo a testa in giù che mostra appesi al mantello una borsa con denari e due chiavi, è simbolo di avidità. Il dannato artigliato dai demoni per i testicoli, è simbolo della lussuria.

I codici gestuali e mimetici dei reprobi  rappresentano l'orrore, la disperazione, la percezione della catastrofe repentina, inattesa e imminente.

Quelli dei demoni, l'ingorda voluttà della cattura, il perverso desiderio di far soffrire la creatura tanto amata da Dio e che ha tradito il suo Creatore, ma anche il lato grottesco, osceno, caricaturale, perfino ridicolo del Male.

Le pene infernali non sono visibili, sono all'interno dell'antro, ma il loro solo pensiero evoca tormento, angoscia.


E mentre i dannati precipitano nel Regno dell'immobilità senza fine, della morte, dell'annientamento eterno e cosciente, nel vicolo cieco di ogni divenire, in antitesi,  nel lato opposto schiere di beati stupiti ma lieti, confusi ma sereni, ascendono verso la dimensione del continuo gioioso fluire.

Sospinti da una forza incontrollabile, talvolta aiutati dai santi, dagli angeli e da altri beati iniziano in quel preciso attimo la loro vera vita, piena di novità, di gioia e di infinite possibilità.
SIMBOLOGIA DELLA FINE DEI TEMPI NEL GIUDIZIO UNIVERSALE DI MICHELANGELO SIMBOLOGIA DELLA FINE DEI TEMPI NEL GIUDIZIO UNIVERSALE DI MICHELANGELO Reviewed by Polisemantica on venerdì, luglio 26, 2019 Rating: 5

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