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Le imprecazioni: dalla Treccani allo sterco

Ecco la definizione del termine imprecazione tratta dall'Enciclopedia Treccani:

imprecazióne s. f. [dal lat. imprecatio -onis]. – Espressione di odio o di ira, nella quale si formula il desiderio che sia arrecato danno ad altri o a sé stessi; anche le parole con cui si impreca: mandare, scagliare un’i. a qualcuno; proferire imprecazioni; più genericam., maledizione (nel senso com. della parola), frase volgarmente offensiva, bestemmia:

Questa la definizione.

In pratica, le imprecazioni sono atti di violenza psicologica, di inquinamento acustico e morale, di sporcizia rappresentata da suoni vocali.

Una prevaricazione intollerabile per chi ama la pulizia e l'armonia psichica, una mancanza di rispetto colossale
da parte di chi pensa che "se le parole ci sono occorre usarle, tutte".

Ci sono persone che un tempo venivano definite "educate" che percepiscono questa quotidiana aggressione verbale come un sopruso intollerabile e che non riescono a scansarla in quanto dal turpiloquio siamo tutti noi avviluppati, bombardati, in ogni luogo.

Dalla politica alla televisione, dal cabaret ai film, addirittura talvolta nei cartoni, per non parlare dei luoghi pubblici, dalla scuola, al bar, alla metro, al tram.

E' un linguaggio pervasivo che irrora della sua sozzura semantica ognuno di noi e ogni cosa, svilendo, deprivando, contaminando.

Non conosce rispetto nè per il genere (chi mai oggi sente il bisogno di scusarsi se impreca davanti a una signora? Spesso sono poi proprio le "signore" le prime ad usarlo) ma nemmeno di fronte all'età, neanche la più tenera, nel timore di contaminare ciò che è per diritto inviolabile.

Come se le parole non fossero importanti, come se non fossero la metaforica metastasi culturale, sociale, politica, antropologica che contribuisce a condannare la nostra società malata, il nostro Paese agonizzante.

Le parole possono essere fiori o sterco. Possono profumare o infestare. Escono dalla nostra bocca, dalla nostra mente e manifestano ciò che noi custodiamo all'interno, profumo o tanfo, delizia o afrore.

Da Sanctis era solito rimarcare il nesso che esiste fra forma e contenuto, McLuhan parlava del collegamento tra medium e messaggio. Ora possiamo rimarcare la valenza segnica del turpiloquio, formata da significato e significante  da suono vocalizzato e concetto espresso, sia pure metaforico.

Riempire il mondo e la vita propria e altrui dell'evocazione di immagini oscene, triviali, disgustose non è solo maleducazione è violenza.

E' quasi violenza fisica, primo perché il passo è breve, secondo perché  le parole sono di per sè azioni, come dimostrato dai cosiddetti atti linguistici.

Le parole non sono solo suoni o disegni di fonemi sulla carta.

Le parole sono importanti, come ci ricorda Nanni Moretti.

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